Fino a non troppi anni fa, l’anemia mediterranea (o talassemia) era una condanna a morte. Oggi, nonostante le tante difficoltà, chi ne soffre può avere una vita tutto sommato normale. In alcuni casi, può addirittura guarire del tutto, sebbene il trattamento sia tutt’altro che semplice.
In questo articolo vedremo cos’è esattamente l’anemia mediterranea, come si tratta e come si cura grazie alle cellule staminali.
Cos’è l’anemia mediterranea
L’anemia mediterranea, nota anche come beta-talassemia o morbo di Cooley, è una malattia genetica ereditaria del sangue causata da mutazioni nel gene HBB sul cromosoma 11. HBB codifica infatti le catene beta, una delle componenti fondamentali dell’emoglobina insieme alle catene alfa.
Nei malati di talassemia, le catene beta funzionanti sono troppo poche rispetto alle catene alfa, se non del tutto assenti. Il fenomeno non solo ostacola la produzione di emoglobina, fondamentale per il trasporto dell’ossigeno, ma provoca la morte precoce dei globuli rossi. Sul lungo periodo, la carenza di globuli rossi provoca un deficit cronico di ossigeno, danni ai tessuti e morte.
La malattia ha un’alta prevalenza nei paesi del bacino mediterraneo, da cui il nome. Si calcola che solo in Sardegna ci sia una frequenza di portatori sani dell’11% circa.
Differenza tra portatore sano e malato
Quell’11% di portatori sani in Sardegna si riferisce a persone che, pur avendo il gene mutato, non manifestano sintomi della malattia. I portatori sani, infatti, hanno una sola copia mutata del gene HBB; al contrario, le persone malate hanno entrambe le copie mutate.
Avendo una copia normale del gene, i portatori sani producono quantità sufficienti di emoglobina. Molti di loro soffrono di anemia lieve, ma conducono una vita normale e non manifestano sintomi della malattia. Purtroppo, possono trasmettere la copia alterata del gene ai figli.
Nelle persone malate, manca la copia di backup del gene. Dato che entrambe le copie sono danneggiate, l’organismo non riesce a produrre abbastanza emoglobina e questo provoca anemia emolitica cronica severa fin dai primi mesi di vita.
Le varianti: talassemia major, intermedia e minor
L’anemia mediterranea si manifesta in tre forme principali, distinte per gravità clinica e impatto sulla vita quotidiana.
- Talassemia minor: forma eterozigote della malattia, ovvero caratterizzata dalla presenza di una sola copia alterata del gene. È la forma tipica dei portatori sani ed è quasi sempre asintomatica. L’impatto sulla vita quotidiana è minimo; spesso la si rileva casualmente negli esami del sangue.
- Talassemia intermedia: altra forma eterozigote della malattia, ma più grave. In questo caso, almeno uno dei due alleli codifica per le catene beta, ma non abbastanza. Purtroppo, l’organismo produce comunque troppa poca emoglobina per il fabbisogno quotidiano. Chi soffre di talassemia intermedia ha quindi bisogno di trasfusioni occasionali ed è più soggetto a calcoli biliari. Ciononostante, può condurre una vita attiva e quasi del tutto normale.
- Talassemia major o anemia di Cooley: forma omozigote grave, provocata da due copie di HBB incapaci di codificare per la beta-globina. Si manifesta entro 6-24 mesi di vita. Chi ne soffre ha bisogno di trasfusioni di sangue continue per vivere.
Sintomi e campanelli d’allarme
La caratteristica principale della talassemia è l’ipossia cronica, causata da globuli rossi troppo piccoli o troppo scarsi per ossigenare i tessuti. Paradossalmente, però, tutti gli organi coinvolti nella produzione e nello smaltimento di globuli rossi sono sotto stress. Nel tentativo di compensarne la carenza, infatti, l’organismo aumenta la produzione di globuli rossi.
Questi fenomeni si traducono nei seguenti sintomi.
- Pelle e mucose pallide per la carenza di emoglobina, che normalmente conferisce il caratteristico colore rosso al sangue.
- Stanchezza estrema e letargia per l’ipossia cronica, ovvero la carenza di ossigeno nei tessuti.
- Fegato e milza ingrossati per lo sforzo di rimuovere i tanti globuli rossi danneggiati.
- Calcoli biliari. Lo smaltimento continuo di globuli rossi provoca un aumento della sostanza di scarto bilirubina; sul lungo periodo, questa sedimenta e provoca i calcoli.
- Deformità ossee come zigomi prominenti, frontale bombato, mascella sporgente e denti malformati. La causa sta nell’eccesso di lavoro del midollo, che quindi si gonfia e deforma le ossa dei pazienti più giovani.
- Ritardo della crescita per la carenza di ossigeno nei tessuti.
- Insufficienza cardiaca: cuore dilatato per l’anemia e l’iperdinamismo circolatorio.
Molti di questi sintomi sono comuni soprattutto nelle forme più gravi di anemia mediterranea. Nelle forme lievi, i sintomi più comuni sono il pallore, la stanchezza e una predisposizione maggiore ai calcoli biliari.
Le cure tradizionali e i loro limiti
Contrariamente al passato, oggi si può convivere con l’anemia mediterranea, anche con le forme più gravi della malattia. Non è una convivenza facile, però.
Attualmente, il trattamento consiste in trasfusioni di sangue ogni 2-4 settimane e in una terapia ferrochelante (farmaci che mantengono costanti i livelli di ferro nel sangue, nonostante le trasfusioni continue).
L’iter riduce i sintomi e previene gran parte dei danni causati dall’anemia, ma non è una cura e ha i suoi limiti. Nonostante la terapia ferrochelante, il sovraccarico ferritico colpisce fino al 50% dei pazienti. Pressappoco il 30% sviluppa anticorpi contro i globuli trasfusi, il che complica o rende impossibili future trasfusioni.
Per tutte queste ragioni, si continua a cercare una cura definitiva a questa malattia. Qualcosa è stato trovato, ma i limiti sono ancora tanti.
Trapianto di midollo osseo: speranza e rischi
Ad oggi l’anemia mediterranea ha una sola cura vera e propria: il trapianto allogenico di cellule staminali ematopoietiche sane. Il trattamento prevede l’eliminazione completa del midollo malato, sostituito con il midollo ricostruito dalle cellule staminali.
Per quanto efficace, però, l’approccio ha i suoi rischi. Come visto nell’articolo dedicato alle complicanze più comuni dopo un trapianto di staminali, i pazienti sono soggetti a malattia del trapianto contro l’ospite e a infezioni. Inoltre, ha successo soprattutto nei pazienti più giovani.
Nei bambini sotto i 14 anni, il trapianto dà fino al 95% di probabilità di guarigione, se il donatore è un fratello; se il donatore non è un familiare, le probabilità sono dell’80% circa. Qualora una coppia avesse un figlio malato, quindi, potrebbe valutare la possibilità di conservare le staminali cordonali di un fratello sano.
La terapia genetica ex vivo
Visti i limiti del trapianto, i ricercatori stanno lavorando a un altro approccio: la correzione genetica ex vivo. L’obiettivo è riparare il difetto genetico direttamente nelle staminali del paziente, consentendogli di produrre globuli rossi sani senza bisogno né di trapianti allogenici né di trasfusioni.
Nella terapia genica, i medici prelevano un campione di staminali malate dal paziente. Dopo averle esposte a un particolare condizionamento, usano l’eding genetico per introdurvi una copia normale di HBB. Dopodiché, fanno riprodurre le staminali modificate e le usano per eseguire un trapianto autologo.
Il processo è sicuramente più laborioso del trapianto allogenico, ma non costringe a cercare un donatore compatibile ed è efficace nel 90% dei casi.
Quanto si vive con la talassemia
Oggi le persone affette da talassemia major possono vivere oltre 60 anni, se seguono tutte le terapie. La loro non è una vita sempre facile, ma possono comunque diventare adulti e anche farsi una famiglia, se lo desiderano. Purtroppo molti di loro convivono con l’ansia, dovendo dipendere da trasfusioni continue, ma siamo comunque lontani dalla morte certa che li avrebbe aspettati anche solo negli anni ‘50.
C’è ancora molta strada da fare, è vero. Ecco perché la ricerca non si ferma mai.
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