Dalla loro scoperta ad oggi, i trapianti i cellule staminali hanno salvato migliaia di vite in tutto il mondo. Ciò non toglie che un trapianto sia un’esperienza estremamente traumatica per l’organismo e, a volte, perfino mortale.
Vediamo insieme quali sono i possibili effetti collaterali dopo il trapianto di cellule staminali, perché si verificano e cosa stiamo facendo per mitigarli. Le innovazioni biotecnologiche degli ultimi anni stanno infatti ridefinendo gli standard di sicurezza, aumentando le prospettive di guarigione e riducendo i contraccolpi negativi del trapianto.
I primi 100 giorni dopo il trapianto di staminali
Dopo un trapianto di staminali – ma non solo – i primi 100 giorni sono la fase in assoluto più delicata. In questo arco di tempo, l’organismo deve gestire la transizione dal vecchio sistema immunitario – ormai inesistente – a quello nuovo e ancora giovane.
A grandi linee, potremmo suddividere i primi 100 giorni post-trapianto in tre fasi:
- Aplasia midollare. Per fare posto al nuovo sistema immunitario, bisogna prima di tutto eliminare quello vecchio. D’altra parte, le staminali appena iniettate hanno bisogno di tempo per ricostituire il midollo osseo e il sistema immunitario.
Per 15 giorni circa dopo il trapianto, l’organismo del paziente è incapace di produrre nuove cellule ematopoietiche. Ciò provoca una profonda stanchezza, data dall’anemia, e aumenta il rischio di infezioni. - Attecchimento. Se il trapianto ha successo, la 3a e la 4a settimana rappresentano il punto di svolta: le staminali trovano spazio nel midollo, iniziano a riprodursi e a produrre nuove cellule a partire dai globuli bianchi.
- Stabilizzazione. Grazie all’attecchimento i valori del sangue iniziano a migliorare, con effetti positivi sia sull’anemia sia sul rischio di infezioni. Dalla 6a settimana, le condizioni del paziente dovrebbero essere delicate ma in continuo miglioramento.
Se la persona supera la boa dei 100 giorni senza complicanze, è probabile che il peggio sia passato: le staminali hanno attecchito, il sistema immunitario si sta pian piano riprendendo e il midollo sta producendo cellule nuove. Bisogna comunque prestare attenzione alle infezioni e non fare sforzi, ma si può riprendere la propria vita.
Cosa succede se non va tutto per il meglio, però?
Le complicanze comuni dopo il trapianto
Non è detto che ci siano complicanze dopo il trapianto di staminali, ma parliamo pur sempre di un trattamento estremamente delicato. Alcune di queste possono essere causate dai farmaci usati per il condizionamento, altre dalla risposta del nuovo sistema immunitario.
I medici sanno a cosa potrebbe andare incontro il paziente e, per ridurre al minimo i rischi, monitorano la situazione giorno per giorno.
Vediamo quali sono i rischi più comuni.
Malattia del trapianto contro l’ospite (GvHD)
La malattia del trapianto contro l’ospite, meglio conosciuta con l’acronimo inglese GvHD, è probabilmente il rischio maggiore dopo un trapianto di staminali allogenico.
Le cellule del donatore non riconoscono l’organismo del paziente e lo attaccano, vedendolo come un elemento estraneo da combattere. È il contrario di ciò che avviene nei trapianti d’organo, dove l’organismo del paziente rigetta il corpo estraneo.
A seconda del periodo di insorgenza, la GvHD può essere acuta o cronica.
- GvHD Acuta. Si manifesta generalmente entro 100 giorni dal trapianto di staminali ed è la causa principale di morte dopo un trapianto allogenico.
La chemioterapia necessaria per il trapianto danneggia i tessuti del paziente. Le cellule T del donatore rilevano i danni, si attivano, proliferano e iniziano a rilasciare citochine infiammatorie.
A seconda della violenza della risposta immunitaria, la GvHD acuta può provocare da semplici irritazioni cutanee fino alla necrosi di fegato e intestino. - GvHD Cronica. Più rara rispetto all’altra forma, compare solitamente dopo il 100° giorno e può durare mesi o anni. È più insidiosa perché simula i sintomi di una malattia autoimmune. Può colpire quasi ogni organo, causando: secchezza oculare, rigidità articolare, alterazioni della pelle simili a cicatrici, problemi polmonari.
Fintato che la risposta delle cellule T è limitata, non c’è troppo di cui preoccuparsi: significa che le cellule del donatore sono attive e, a volte, potrebbero eliminare eventuali cellule tumorali residue. L’importante è che non si sfoci nella succitata necrosi.
Contro la GvHD, si stanno cominciando a usare le cellule staminali mesenchimali, specie quelle del cordone ombelicale: grazie alle loro proprietà immunomodulatorie, regolano la risposta delle cellule T e riducono i danni ai tessuti sani.
Infezioni opportunistiche
Nelle primissime settimane, il rischio maggiore deriva dai batteri che vivono sulla nostra pelle o nell’intestino. Successivamente, il rischio si sposta su virus di solito dormienti come il citomegalovirus.
Per minimizzare questi effetti collaterali si somministrano farmaci antivirali e antifungini preventivi. Anche lo stile di vita è importante: niente cibi crudi, niente contatti a rischio e tanto sapone antibatterico.
Fallimento o ritardo dell’attecchimento
L’attecchimento è la fase in cui le cellule donate trovano casa all’interno delle ossa e iniziano a produrre sangue nuovo. Quando avviene, indica che il trapianto sta funzionando. Tuttavia, a volte il processo subisce dei rallentamenti o, in casi più rari, non si verifica affatto.
Il ritardo nell’attecchimento può avvenire per un’infezione imprevista o una reazione ai farmaci. Il fallimento vero e proprio, invece, si verifica quando il midollo non si riforma nonostante il passare delle settimane.
Mucosite e tossicità digestiva
La mucosite è un effetto collaterale piuttosto comune, specie subito dopo la chemio o radioterapia pre-trapianto. Si tratta di un’infiammazione profonda delle mucose gastrointestinali, ovvero quelle che vanno dalla bocca fino all’intestino.
La condizione rende difficile deglutire e persino bere un sorso d’acqua. Spesso ne risente anche l’intestino, causando nausea, crampi e diarrea. Nei casi peggiori, bisogna ricorrere all’alimentazione per via endovenosa.
Al di là del dolore e del disagio, però, la mucosite è problematica perché aumenta il rischio di infezioni opportunistiche. Le lesioni alle mucose possono infatti diventare via d’accesso per i batteri, con tutte le conseguenze viste sopra.
La buona notizia è che la mucosite è un fenomeno transitorio: non appena le nuove cellule staminali attecchiscono e iniziano a produrre globuli bianchi, le mucose guariscono quasi subito.
Complicanze tardive: i primi mesi dopo il trapianto di staminali
Il grosso delle complicanze si verifica entro i primi 100 giorni, ma non è detto che sia sempre così. Oltre alla succitata GvHD cronica, si possono presentare altri problemi.
L’insorgenza di neoplasie secondarie
Anche anni dopo la guarigione dalla malattia principale, è possibile che si presentino tumori nuovi. Non parliamo di una ricaduta della malattia originale, ma della comparsa di una neoplasia differente. La chemioterapia e la radioterapia usate per il condizionamento, infatti, possono danneggiare il DNA delle cellule sane e aumentare il rischio.
I casi sono rari, ma è comunque importante sottoporsi a screening regolari per individuare precocemente qualsiasi anomalia.
Osteoporosi post-trapianto
Dopo un trapianto di cellule staminali, è frequente che si presentino fragilità ossea e osteoporosi precoce.
La causa principale non è quasi mai il trapianto in sé, quanto i corticosteroidi necessari per gestire la malattia del trapianto contro l’ospite. I farmaci di questo tipo interferiscono infatti con il processo di rigenerazione ossea, rendendo le ossa più porose e fragili.
Deficit immunitario e rivaccinazione
Fare tabula rasa del vecchio sistema immunitario ha un effetto cui molti non pensano: azzera la memoria immunologica. In parole povere, elimina tutte le vaccinazioni e le difese immunitarie costruite nel corso della vita.
Trascorsi 6-12 mesi dal trapianto, bisogna iniziare un vero e proprio piano di rivaccinazione. Si ricomincia come se si avesse a che fare con un neonato: tetano, polio, epatite B, influenza. È un processo graduale, perché bisogna aspettare che il nuovo sistema immunitario sia abbastanza maturo da rispondere correttamente ai vaccini.
Perché il sangue cordonale può fare la differenza
Molti degli effetti collaterali visti si possono ridurre usando le staminali del cordone ombelicale, invece che quelle del midollo osseo. Il sangue cordonale è infatti ricco di cellule giovani, meno aggressive, meno soggette a infezioni, più versatili.
Ciò significa:
- meno rischi di GvHD anche in caso di trapianto allogenico e, di conseguenza, mortalità minore;
- meno rischi di veicolare infezioni, essendo cellule giovanissime che non sono mai state esposte all’ambiente esterno. In caso di trapianto di midollo, basta che il donatore abbia un raffreddore per dover annullare tutto.
Di contro, le staminali cordonali hanno bisogno di un pochino più di tempo per attecchire e, soprattutto, sono meno. Ecco perché i medici stanno elaborando modi per unire il meglio dei due mondi, eseguendo trapianti ibridi di staminali cordonali e del midollo. Rimane un problema: abbiamo pochi cordoni ombelicali.
Il 98% dei cordoni ombelicali finisce nella spazzatura e quelle preziose, versatili cellule non sono più recuperabili. Per questa ragione, noi di Sorgente continuiamo a fare informazione sull’importanza del cordone ombelicale.
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