Fino a pochi anni, un paziente con l’artrosi poteva fare affidamento solo sulla gestione del dolore o, al più, sulla sostituzione prostetica. Benché noi non si abbia ancora una cura definitiva per l’artrosi, oggi le cose stanno cambiando.
In questo articolo vedremo cos’è esattamente l’artrosi e perché le cure tradizionali risultano, purtroppo, spesso insufficienti. Vedremo anche come si sta evolvendo la medicina rigenerativa in tal senso, riscrivendo il futuro del benessere articolare.
Cos’è l’artrosi e perché ci colpisce
L’artrosi (o osteoartrosi) è la patologia articolare più diffusa in Italia e nel mondo. Potremmo definirla una malattia da “usura”: con il passare del tempo, la cartilagine che riveste le articolazioni si deteriora e lascia le ossa scoperte, specie quelle di zone delicate come mani e ginocchia.
A differenza delle artriti infiammatorie, l’artrosi è in gran parte degenerativa: peggiora con il passare del tempo, man mano che la frizione biomeccanica tra le ossa erode i tessuti. C’è di più, però: accanto all’usura meccanica, dobbiamo considerare anche le infiammazioni costanti che coinvolgono l’intera articolazione.
Pur non essendo centrali come nelle artriti, le infiammazioni hanno un ruolo importante anche nell’artrosi. Non solo causano dolore e rendono i movimenti più difficili, ma accelerano il deterioramento già in corso.
I fattori di rischio
L’invecchiamento è la causa principale dell’artrosi: come qualsiasi altra cosa al mondo, anche la cartilagine si usura con il tempo. Più la usiamo, più si deteriora e si assottiglia. Eppure, non possiamo dare la colpa solo al passare del tempo.
L’uso che facciamo delle nostre articolazioni ha sicuramente un ruolo nello sviluppo della malattia: tutto ciò che le mette sotto sforzo ne accelera il deterioramento.
- Obesità. Il tessuto adiposo in eccesso aumenta il carico sulle articolazioni, quindi la cartilagine si consuma più in fretta. Inoltre, il grasso rilascia sostanze infiammatorie chiamate adipochine, che contribuiscono a loro volta alla degradazione della cartilagine.
- Lavori di fatica che prevedono l’alzare e spostare oggetti pesanti, aumentando il carico sulle articolazioni.
- Traumi e microtraumi ripetuti. Fratture e microfratture accelerano il deterioramento della cartilagine. Questo è comune soprattutto tra le persone molto attive e da chi pratica sport di contatto come il rugby.
Questi sono i fattori sui quali abbiamo più controllo. Oltre a questi, vanno considerati anche la predisposizione genetica e il genere. Alcuni individui hanno infatti una cartilagine intrinsecamente più debole o una conformazione ossea che predispone all’usura precoce. Inoltre, la menopausa accelera l’andamento della malattia, dato che viene a mancare l’azione protettiva degli estrogeni sulle articolazioni.
Perché le terapie convenzionali non bastano
Le terapie contro l’artrosi più diffuse hanno un importante limite: sono solo sintomatiche. Il loro obiettivo è ridurre il dolore e, paradossalmente, possono peggiorare la situazione.
I FANS (farmaci antinfiammatori non steroidei) aiutano a superare le fasi acute della malattia, ma vanno usati con molta attenzione. In primo luogo, l’uso intensivo espone ad effetti collaterali come ulcere gastriche, problemi renali e complicanze cardiovascolari. Inoltre, possono spingere a sovraccaricare le articolazioni, danneggiandole ulteriormente.
Discorso simile va fatto per il cortisone, ottimo per ridurre l’infiammazione ma pessimo per proteggere la cartilagine. Non solo i suoi effetti collaterali possono essere molto fastidiosi, ma alcuni studi ne mostrano l’effetto citotossimo sulle cellule della cartilagine.
Per il momento, il trattamento sintomatico più sicuro pare essere l’acido ialuronico. Le infiltrazioni di acido ialuronico non fanno nulla per rigenerare la cartilagine, ma ne rallentano la degenerazione e lubrificano le articolazioni. Gli effetti collaterali sono minimi e i risultati sono buoni, ma il trattamento va ripetuto 2 volte all’anno.
La rivoluzione delle cellule staminali
Ora come ora non abbiamo vere e proprie cure contro l’artrosi: non possiamo bloccare del tutto la malattia, né tantomeno farla regredire; non ancora.
Ad oggi, gran parte delle speranze di una cura risiedono nella medicina rigenerativa. L’obiettivo è ripristinare la struttura e la funzione dei tessuti usando le cellule staminali, anziché limitarsi a gestirne il declino.
Come visto nell’articolo dedicato, i ricercatori si stanno concentrando su tre proprietà delle cellule mesenchimali:
- differenziarsi in condrociti, le cellule che costituiscono gran parte della cartilagine;
- spegnere l’infiammazione, riducendo così il dolore;
- richiamare le altre cellule staminali nei tessuti danneggiati, così da stimolarne ulteriormente la rigenerazione.
Gli studi sull’uso delle staminali contro l’artrosi parlano chiaro: per il momento, le iniezioni di staminali stabilizzano le condizioni delle articolazioni per un anno circa – 3 anni nei casi più fortunati – e funzionando particolarmente bene contro la malattia nelle sue prime fasi. Le staminali aiutano infatti a rigenerare parte della cartilagine e a proteggere i tessuti sani, così da prolungarne la vita.
Purtroppo, non siamo ancora in grado di rigenerare aree estese di cartilagine, quindi le staminali possono fare poco contro l’artrosi grave. Inutile specificare che possono molto poco anche contro le cause profonde della degenerazione, come l’invecchiamento o l’obesità. Pure con tutti i loro limiti, però, rimangono la nostra migliore prospettiva per curare l’artrosi.
Il plasma ricco di piastrine
Tra le terapie biologiche più studiate e applicate negli ultimi anni, un posto di rilievo spetta al PRP (Plasma Ricco di Piastrine). Sebbene non sia una novità assoluta, ultimamente si è evoluto abbastanza da diventare un pezzo importante nella lotta alle forme di artrosi lieve e moderata.
Uno dei grandi pregi del PRP è il suo essere una procedura “autologa”, ovvero che sfrutta il sangue del paziente stesso eliminando alla radice il rischio di rigetto. Il principio alla base consiste infatti nell’intensificare la naturale capacità di guarigione del nostro corpo.
Si inizia prelevando circa 20-60 ml di sangue venoso. Il campione viene inserito in una centrifuga che separa i globuli rossi dal plasma, per ottenere una concentrazione di piastrine da 3 a 8 volte superiore alla norma.
Le piastrine servono più che alla semplice coagulazione. Una volta iniettati nell’articolazione:
- spengono l’infiammazione;
- favoriscono la proliferazione dei condrociti e dei fibroblasti;
- promuovono la formazione di micro-vasi sanguigni che portano nutrienti a tessuti che solitamente ne ricevono pochi.
In base alla meta-analisi del 2023 “Efficacy and safety of platelet-rich plasma injections for the treatment of osteoarthritis”, il PRP è superiore al placebo e all’acido ialuronico nel ridurre il dolore e migliorare la funzione articolare. Gli effetti collaterali colpiscono solo il 10-20% dei pazienti e si risolvono spontaneamente. Tuttavia, il trattamento ha i suoi limiti.
Il PRP non consente di ricostruire i tessuti di cartilagine ormai scomparsi. Inoltre, l’efficacia varia molto in base alla concentrazione piastrinica ottenuta e allo stato di salute generale del paziente. Ecco perché viene considerata una terapia da combinare con l’acido ialuronico o, nei casi più gravi, con le cellule staminali mesenchimali.
Idrogel biomimetici
L’acido ialuronico funge da “olio” per lubrificare l’ingranaggio delle articolazioni; gli idrogel biomimetici fanno un passetto in più, dato che imitano la struttura biologica della cartilagine. Fungono quindi sia da lubrificante sia da impalcatura per le cellule che, si spera, rigenereranno la cartilagine.
Uno dei grandi problemi della medicina rigenerativa è “convincere” le cellule staminali non solo a riprodursi come vogliamo noi, ma anche a rimanere dove ci servono. Gli idrogel biomimetici sono sostanze gelatinose cui si aggiungono molecole attive, farmaci e, a volte, cellule staminali. In questo modo riescono ad ottenere diversi risultati:
- imitare la resistenza meccanica del tessuto sano;
- introdurre cellule staminali mesenchimali proprio nei tessuti danneggiati;
- stimolare la produzione di collagene per proteggere la cartilagine sana.
La ricerca è ancora in corso ed è molto più complessa di quanto l’abbiamo presentata, ma si stanno ottenendo ottimi risultati. Gli idrogel biomimetici sono infatti poco invasivi e più duraturi rispetto ad altri biomateriali, che vengono smaltiti dall’organismo fin troppo in fretta.
Le staminali e il futuro dell’artrosi
Non abbiamo ancora una vera e propria cura per l’artrosi, ma il futuro si fa più roseo ogni giorno che passa. La ricerca sta facendo passi da gigante in merito, soprattutto grazie all’uso delle cellule staminali.
Il passaggio dalla semplice gestione del dolore alla rigenerazione del tessuto si avvicina sempre di più.
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