Tra gli anni ‘90 e oggi, l’aspettativa di vita in Italia è aumentata di circa 8 anni e il merito è della medicina. Malattie un tempo mortali sono diventate fastidiose compagne di vita, ancora incurabili ma quanto meno trattabili.
Nel nostro Paese, le ecatombi causate dall’AIDS si sono ridotte drasticamente; nell’88% dei casi di tumore alla mammella, la paziente sopravvive per oltre 5 anni dalla diagnosi; il 90% di persone affette da anemia falciforme arriva all’età adulta.
Sono tutti risultati eccezionali, che hanno però un grosso “contro”: sempre più persone devono convivere con malattie croniche. Parliamo di patologie che accompagnano il paziente per anni o decenni, influenzando ogni aspetto della quotidianità, dalla gestione del lavoro alle dinamiche familiari e al benessere psicologico.
Controllare i sintomi, mitigare le infiammazioni o compensare le funzioni perse sono tutti grandi passi in avanti, ma non sempre bastano. Dobbiamo andare oltre la gestione conservativa e cercare trattamenti che mirino a riparare il danno, oltre che a “metterci una pezza”. Trattamenti che, spesso, hanno al centro le cellule staminali.
Cos’è una malattia cronica
Una patologia acuta ha sempre un inizio chiaro e un decorso limitato nel tempo, che può portare alla guarigione o alla morte. Secondo la National Commission on Chronic Illness, invece, le malattie croniche sono “caratterizzate da un lento e progressivo declino delle normali funzioni fisiologiche”. Il malato cronico non muore né guarisce: convive con la sua malattia per decine di anni. Questo spiega perché le malattie croniche sono in aumento.
Molte delle malattie croniche di oggi sono le malattie mortali di ieri: pazienti che un tempo sarebbero morti nel giro di pochi anni, oggi ricevono trattamenti che rallentano la progressione della malattia, ne riducono i sintomi e consentono loro di mantenere un buon grado di autonomia.
In Italia, l’aumento delle patologie croniche riflette l’invecchiamento della popolazione. Più si invecchia, più è probabile incorrere in malattie cardiovascolari o respiratorie croniche, che necessitano di cure a lungo termine. Eppure, l’invecchiamento della popolazione è solo la punta dell’iceberg.
Le cause delle malattie croniche
Il termine “cronico” definisce la durata della malattia, più che la sua natura. Abbiamo tumori che diventano cronici, malattie genetiche, infezioni. Ciononostante, possiamo individuare tre fenomeni alla base di gran parte delle patologie che, in un modo o nell’altro, si cronicizzano:
- infiammazione di basso grado costante, come quella causata dall’eccesso di tessuto adiposo;
- stress ossidativo, ovvero l’eccesso di radicali liberi che danneggiano le cellule a fronte di una carenza di antiossidanti;
- senescenza cellulare, cellule malate o morte che rimangono metabolicamente attive e secernono molecole infiammatorie.
I processi in questione sono quasi sempre interconnessi: la senescenza cellulare provoca o peggiora l’infiammazione, l’infiammazione cronica causa lo stress ossidativo, lo stress ossidativa danneggia il DNA delle cellule e porta alla senescenza cellulare.
Tutto questo contribuisce al deterioramento funzionale dell’organismo e, in combinazione con eventuali predisposizioni genetiche o infezioni, aumenta il rischio di sviluppare malattie croniche.
Le malattie croniche più diffuse in Italia
Secondo i dati di EpiCentro sulle malattie croniche, in Italia sono diffuse prevalentemente le malattie croniche cardiovascolari, metaboliche e tumorali. Entriamo nel dettaglio.
- Malattie respiratorie croniche. Colpiscono quasi il 6% della popolazione e comprendono patologie come la broncopneumopatia cronica ostruttiva (BPCO) o l’asma. Sono accomunate da danni permanenti alle vie aeree causati non solo da una certa predisposizione genetica, ma anche da fattori quali inquinamento ed esposizione al fumo di sigaretta.
- Malattie cardiovascolari. Colpiscono poco più del 5% della popolazione. Comprendono condizioni croniche che colpiscono il cuore e i vasi sanguigni, spesso esito di anni di stress ossidativo e alterazioni metaboliche. L’ipertensione, pur non essendo una patologia cardiaca di per sé, è un grosso fattore di rischio.
- Diabete e altre patologie metaboliche. Solo il diabete mellito colpisce circa il 4,8% della popolazione italiana. Accanto a questo, ci sono l’ipertiroidismo, l’ipotiroidismo e molte altre condizioni o patologie. Ciò che hanno in comune è l’alterazione di una o più vie metaboliche (disfunzione dell’insulina, eccessiva funzionalità della tiroide, carenza di ormoni tiroidei, ecc.), alterazione che alla lunga può danneggiare tutto l’organismo.
- Tumori che si sono cronicizzati, tenuti quindi sotto controllo grazie a cicli periodici di chemioterapia o radioterapia. Interessano poco più del 4% della popolazione.
- Malattie infiammatorie intestinali, come il morbo di Crohn o la colite ulcerosa. In questi casi, il sistema immunitario iperattivo induce un danno cronico a carico delle mucose intestinali.
- Demenze, comuni specialmente tra le persone più anziani. Si caratterizzano per la perdita progressiva delle funzioni cognitive, che può durare anni se non decenni.
Pare evidente quanto sia variegato il panorama delle malattie croniche: ciascuna categoria ha cause ambientali e genetiche specifiche, un’aspettativa di vita variabile, trattamenti più o meno efficaci. Ciò che hanno in comune è la durata, appunto, che costringe migliaia di persone a vivere in un eterno limbo tra salute e malattia.
Le cellule staminali come speranza contro le malattie croniche
Benché ancora agli inizi, la medicina rigenerativa è già oggi un elemento di rottura rispetto al modello terapeutico tradizionale. Oggi l’obiettivo è sfruttare le proprietà delle staminali non solo per contenere i sintomi delle patologie croniche, ma anche per ripararne almeno in parte i danni e modificare il decorso biologico della malattia.
Come visto già altrove, le cellule mesenchimali (in particolare quelle del cordone ombelicale) possono agire in più modi:
- modulazione del sistema immunitario, utile specie contro malattie croniche autoimmuni come la sclerosi multipla o l’artrite reumatoide;
- neuroprotezione. Le staminali secernono fattori di crescita e molecole protettive utili sia per i neuroni sia le cellule circostanti, poiché li aiutano a sopravvivere allo stress ossidativo;
- angiogenesi, la stimolazione di nuovi vasi sanguigni migliorando l’ossigenazione dei tessuti danneggiati;
- rigenerazione, dato che possono differenziarsi in tipi cellulari specifici, utili per sostituire quelli persi o danneggiati.
L’effetto combinato di questi meccanismi si potrebbe tradurre non solo in sintomi meno marcati, ma anche in un miglioramento concreto della salute dell’organismo. Ecco perché scienziati di tutto il mondo stanno portando avanti studi clinici a riguardo, alcuni con risultati estremamente interessanti.
Al momento, i risultati migliori si hanno nella riduzione dei dolori cronici tipici di condizioni come l’artrosi. Purtroppo rimangono risultati solo temporanei (la durata massima si aggira sui 3 anni), ma si stanno facendo grossi passi in avanti e una cosa è chiara: le staminali hanno tutti i presupposti per rallentare la progressione di molte malattie croniche e per stimolare il recupero di almeno parte delle funzioni.
Integrare terapie avanzate e stile di vita
Se c’è un risultato che emerge forte e chiaro dalle ricerche in corso, quello è l’importanza dello stile di vita nel trattamento delle malattie croniche. Anche le terapie più avanzate possono poco, se manca un approccio sistemico alla cura della salute.
Come intuibile dai paragrafi precedenti, molte malattie croniche sono figlie anche di uno stile di vita poco sano. Obesità, sedentarietà, fumo sono tutti fattori che peggiorano la salute generale dell’organismo, offrendo quindi il fianco ad eventuali predisposizioni genetiche.
Affinché funzionino al meglio, le nuove terapie hanno bisogno di un microambiente il più possibile sano. Anche per questa ragione, una buona dieta e un’attività fisica regolare sono sia una misura preventiva sia un vero e proprio presidio terapeutico per le malattie croniche. Con qualche accorgimento, fare movimento riduce il rischio di progressione della disabilità dal 25% al 50%, migliorando drasticamente l’autosufficienza e riducendo la dipendenza da farmaci.
Valuta l'articolo:












