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Cellule staminali per la cura della fibrosi polmonare: la nuova frontiera della medicina respiratoria

Cellule staminali per la cura della fibrosi polmonare: la nuova frontiera della medicina respiratoria

28.08.2026

7 min di lettura

Quando si parla dei “piccoli piaceri della vita”, pensiamo a cose come mangiare un buon gelato o dare un abbraccio a una persona che amiamo. Difficilmente “respirare” rientra nella lista. Insomma, “respirare” non è un piacere: è una banalissima funzione biologica, così banale da essere automatica. Eppure, gli oltre 20.000 italiani che convivono con la fibrosi polmonare idiopatica (IPF) potrebbero non essere d’accordo.

Per chi convive con una fibrosi polmonare – idiopatica e non – qualsiasi passeggiata è una maratona, qualsiasi chiacchierata un’orazione di ore e ore. Il minimo sforzo provoca affanno e stanchezza. Ogni boccata d’aria è una lotta contro il proprio stesso corpo.

La ricerca sta studiando come usare le cellule staminali all’interno della medicina respiratoria, per combattere la fibrosi polmonare. Come vedremo, il problema è tutt’altro che banale.

Che cos’è la fibrosi polmonare

I polmoni sono composti da una miriade di minuscole sacche, gli alveoli, avvolti da una fitta rete di capillari. Quando inspiriamo, l’aria ricca di ossigeno passa dagli alveoli ai capillari; quando espiriamo, l’anidride carbonica passa dai capillari agli alveoli. Per regolare questo scambio, tra gli alveoli e i capillari c’è un tessuto sottilissimo detto interstizio.

La fibrosi polmonare colpisce l’interstizio.

Nelle persone che soffrono della patologia, si verifica un progressivo processo di cicatrizzazione dell’interstizio. Come chiunque ha una cicatrice sa bene, il tessuto cicatriziale è molto meno elastico e molto più spesso del tessuto sano. Nei polmoni, questo è un grosso problema.

Il tessuto connettivo fibroso di cui sono formate le cicatrici inspessisce e irrigidisce gli interstizi polmonari, complicando lo scambio d’aria tra alveoli e capillari. Ecco perché chi soffre di fibrosi polmonare fa così fatica a respirare, specie durante uno sforzo fisico.

Le cause

Dal punto di vista biologico, la fibrosi è un tentativo di riparazione andato male. Il più delle volte, viene innescata da danni reali a carico del tessuto polmonare: esposizione a sostanze nocive, radioterapia o chemioterapia, malattie autoimmuni, fumo di sigaretta… A volte, però, la causa è poco chiara.

Nella fibrosi polmonare idiopatica o IDF, è impossibile identificare una causa precisa della malattia. Ciò rende ancora più difficile fermare la progressione della malattia, se non addirittura farla regredire.

Quali sono le terapie attuali

Ora come ora, non abbiamo una vera e propria cura per la fibrosi polmonare. Piuttosto, i medici ricorrono a percorsi personalizzati che cambiano in base alla causa della fibrosi (se conosciuta), alla velocità con cui evolve, all’estensione del danno polmonare. L’obiettivo è rallentare la progressione della malattia, controllarne i sintomi e preservare il più possibile la funzione respiratoria.

La terapia più diffusa prevede la somministrazione dei farmaci antifibrotici pirfenidone e nintedanib: il primo riduce l’infiammazione tipica della malattia; il secondo blocca le proteine che inducono la cicatrizzazione. I farmaci aiutano a rallentare la malattia, ma non ripristina le funzioni già perse.

Oltre alla terapia farmacologica, si ricorre anche alla riabilitazione respiratoria: attività fisica moderata e strategie per gestire il respiro, per migliorare la tolleranza allo sforzo. Quando i livelli di ossigeno nel sangue scendono eccessivamente, si può ricorrere all’ossigenoterapia.

Per il momento, l’unico trattamento risolutivo è il trapianto di polmone. Per entrare in lista, il paziente dev’essere già in condizioni estremamente gravi (più del 50% di rischio di morte polmonare entro 2 anni). Anche una volta in lista, ci si scontra con la perenne carenza di organi.

Perché le cellule staminali

Le cellule staminali sono protagoniste indiscusse in molti rami della medicina rigenerativa, compreso quello della medicina respiratoria. I ricercatori stanno studiando come usarle non solo per rallentare la fibrosi polmonare, ma anche per farla regredire e restituire almeno parte delle loro funzioni ai polmoni. I primi risultati sembrano positivi.

È emblematico un piccolo studio randomizzato, che ha analizzato gli effetti dell’infusione di cellule mesenchimali allogeniche in 20 pazienti. I partecipanti hanno ricevuto infusioni endovenose di staminali, mentre il gruppo di controllo ha ricevuto il placebo.

Quanti hanno ricevuto le staminali hanno mostrato notevoli miglioramenti nella resistenza e nella forza. A 12 mesi dall’infusione, la capacità vitale forzata era aumentata del 7,8% nel gruppo trattato, mentre era diminuita del 5,9% nel gruppo di controllo.

Come in tanti altri casi, l’obiettivo di questi studi non è usare le staminali per creare “pezzi di ricambio”. Piuttosto, i ricercatori mirano ad usarle per ridurre l’infiammazione, controllare la fibrosi e attivare i meccanismi di riparazione del tessuto polmonare.

Entriamo nel dettaglio.

Ridurre l’infiammazione persistente

Infiammazione e riparazione tissutale sono processi che vanno a braccetto. Quando l’organismo subisce un danno, il sistema immunitario attiva i segnali per eliminare le cellule compromesse e avviare la guarigione. A volte, però, il danno continua a ripetersi o il sistema immunitario si attiva senza un reale motivo; in questi casi, si parla di infiammazione cronica.

Come già visto parlando di malattie autoimmuni, il rapporto tra infiammazione e danni fisici va in due direzioni: da una parte, traumi e lesioni stimolano l’infiammazione; dall’altra, un’infiammazione persistente causa nuove lesioni nei tessuti sani. Nel caso della fibrosi polmonare, ciò si traduce in un ambiente che favorisce la progressione della malattia.

Una delle proprietà più interessanti delle cellule staminali mesenchimali consiste proprio nel modulare la risposta immunitaria e l’infiammazione, il che aiuterebbe a proteggere le cellule epiteliali alveolari ancora sane.

Contrastare i segnali profibrotici

Nella fibrosi polmonare, fibroblasti e miofibroblasti hanno un ruolo centrale. In condizioni fisiologiche, i fibroblasti contribuiscono al mantenimento dell’impalcatura dei tessuti; dopo una lesione, possono attivarsi e trasformarsi in miofibroblasti, cellule specializzate nella produzione di matrice extracellulare. Quando questa risposta non si arresta correttamente, si verifica la fibrosi.

Tra le tante proprietà delle cellule staminali mesenchimali, c’è anche quella di interferire con i segnali profibrotici che sostengono tutto questo processo. Nei modelli animali di fibrosi polmonare, l’infusione di cellule mesenchimali ha ridotto la produzione di matrice extracellulare e la deposizione di collagene. Una revisione sistematica ha inoltre rilevato una riduzione dell’attività dei miofibroblasti in gran parte degli studi analizzati.

Stimolare la rigenerazione naturale

Anche senza sostituire direttamente il tessuto morto, le cellule staminali posso stimolare la rigenerazione naturale del tessuto polmonare. Il merito è degli esosomi, vescicole extracellulari prodotte dalle staminali mesenchimali, contenenti fattori di crescita che possono agire sul tessuto danneggiato e spingerlo a ripararsi da solo.

Oltre che agire sul tessuto polmonare in sé, gli esosomi possono stimolare anche la produzione di nuovi vasi sanguigni e di nuove cellule epiteliali. In questo modo, aiutano la vascolarizzazione del tessuto danneggiato, proteggono le cellule sane ancora presenti e ne stimolano la riproduzione.

Oltre la sola infusione di staminali

La ricerca di una cura per la fibrosi polmonare va oltre la “semplice” infusione di staminali. Una delle tecniche più promettenti, ad esempio, consiste nell’infusione dei soli esosomi; questo aiuterebbe a ottenere gli effetti positivi delle staminali senza i limiti.

Un secondo filone riguarda la combinazione tra terapie cellulari e farmaci antifibrotici. Gli antifibrotici disponibili mirano soprattutto a rallentare la progressione della malattia; integrandoli con gli esosomi, si potrebbe agire al contempo sull’infiammazione e stimolare la riparazione dell’epitelio alveolare.

Insomma, il settore è in pieno fermento: un’analisi pubblicata nel 2026 ha individuato 62 studi clinici sulle terapie cellulari per la fibrosi polmonare registrati fino alla fine del 2024. Le cellule staminali stanno ampliando l’orizzonte della medicina respiratoria puntando ad agire sulle cause della fibrosi, non solo sui sintomi.

Vedremo cosa ci riserva il futuro.

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