Consideriamo la placenta un organo temporaneo, fondamentale in gravidanza ma da buttare passati i nove mesi di gestazione. Eppure, negli ultimi anni si parla sempre più di conservazione della placenta, oltre che del sangue e dei tessuti del cordone ombelicale.
In questo articolo scoprirai non solo quali sono le attuali applicazioni della placenta già disponibili, ma quali scenari futuri potrebbero rivoluzionare il mondo della medicina.
La struttura della placenta
La placenta è tutt’altro che una semplice “sacca” che contiene il bambino: è un organo complesso, che si sviluppa insieme al feto e lo protegge dall’inizio alla fine della gestazione. Al suo interno troviamo diversi tipi di tessuti, ciascuno dei quali con una funzione specifica durante la gravidanza.
A fine gestazione, la placenta è costituita principalmente da questi elementi:
- Villi coriali, strutture ramificate ricche di vasi sanguigni. Il loro compito principale è fungere da sito di scambio tra sangue materno e fetale. Oltre a questo, contribuiscono all’ancoraggio della placenta e alla produzione di ormoni.
- Spazio intervilloso, cavità tra i villi coriali piena di sangue materno, dove avviene lo scambio vero e proprio di nutrienti e ossigeno. La cavità è delimitata esternamente dalla decidua basale e dal piatto basale, che regolano il flusso di sangue materno ed evitano che si mischi con quello fetale.
- Decidua basale, il tessuto materno su cui si impianta la placenta e che assicura l’ancoraggio all’utero.
- Piatto basale, la porzione della placenta che si ancora all’utero.
- Membrana fetale, costituita da amnios (membrana fetale interna) e corion laeve (membrana fetale esterna). Protegge il feto, contribuisce al mantenimento del liquido amniotico, fornisce supporto strutturale.
Questa è una spiegazione molto semplificata, che dà però un’idea della complessità di questo organo.
In linea generale, i tessuti placentari sono ricchi di collagene e di molecole bioattive che favoriscono la rigenerazione e la riparazione cellulare. Inoltre contengono diverse tipologie di cellule staminali, proprio come nel cordone ombelicale. E, proprio come accade per le staminali cordonali, le cellule staminali della placenta combinano una buona capacità di differenziazione con un basso rischio di rigetto immunitario.
Come funziona la conservazione della placenta
La conservazione della placenta assomiglia per molti versi alla conservazione del cordone ombelicale: è del tutto non invasiva, sicura sia per la mamma sia per il bambino, ma può avvenire esclusivamente dopo il parto.
Dopo il parto, naturale o cesareo che sia, l’organismo espelle la placenta. Nel caso della conservazione, il personale sanitario la raccoglie e la inserisce in un contenitore sterile, pronto per il trasporto verso laboratori specializzati. Bisogna agire subito, per garantire la qualità e la vitalità delle cellule staminali contenute nei tessuti placentari.
Una volta arrivata in laboratorio, la placenta viene analizzata, per verificare che sia adatta alla conservazione. Ci sono pochi fattori che possono renderla non idonea alla conservazione, ma vanno comunque considerati:
- infezioni materne come epatiti virali o HIV;
- contaminazioni batteriche durante la raccolta o il trasporto;
- quantità insufficiente di tessuto;
- bassa vitalità cellulare;
- tempo eccessivo tra il parto e la lavorazione del campione.
Salvo questi casi, la placenta viene trattata e preparata per la conservazione a lungo termine. Generalmente, questa avviene in azoto liquido a circa -196 °C, così da mantenere intatte le proprietà biologiche delle cellule staminali e degli altri tessuti.
Qual è la normativa in Italia
In Italia, la conservazione della placenta segue regole simili a quella della conservazione del cordone ombelicale.
Le normative distinguono tra uso autologo e donazione a uso pubblico. Le banche pubbliche, gestite dal Servizio Sanitario Nazionale, consentono la donazione gratuita del materiale biologico per scopi terapeutici e di ricerca.
Per la conservazione privata, invece, bisogna rivolgersi a biobanche autorizzate all’estero.
Applicazioni presenti e future
Uno degli impieghi più consolidati della placenta è il trattamento delle malattie ematologiche, proprio come nel caso del sangue cordonale. Il trapianto di cellule staminali ematopoietiche, infatti, è ormai una terapia consolidata contro leucemie, linfomi e alcune anemie gravi. I ricercatori stanno studiando molte altre possibili applicazioni, però.
Come accennato sopra, le membrane placentari sono ricche di collagene, fattori di crescita, proteine bioattive e molecole con proprietà antinfiammatorie e antimicrobiche. Ciò le rende particolarmente adatte all’uso nell’ambito della rigenerazione dei tessuti.
Uno dei filoni di studio più promettenti riguarda l’uso delle membrane placentari su lesioni difficili, come ulcere diabetiche, piaghe da decubito e ustioni. Applicate direttamente sulla lesione, le membrane placentari creano un ambiente favorevole alla guarigione: riducono l’infiammazione, proteggono da infezioni e stimolano la proliferazione cellulare. Questo si traduce spesso in tempi di cicatrizzazione più rapidi e in una migliore qualità del tessuto rigenerato.
I ricercatori stanno studiando come impiegare l’amnios anche nella ricostruzione di superfici oculari danneggiate. Il principio è lo stesso visto sopra: sfruttare le proprietà rigenerative della placenta, in combinazione con la bassa immunogenicità.
Limiti e criticità della conservazione della placenta
Nonostante il crescente interesse e i risultati promettenti, la conservazione della placenta presenta ancora diverse criticità.
Uno dei principali limiti riguarda la mancanza di standardizzazione nei protocolli di isolamento, coltura e utilizzo delle cellule staminali placentari. Le differenze nei metodi di raccolta e lavorazione possono influenzare significativamente la qualità e le caratteristiche delle cellule ottenute, rendendo difficile confrontare i risultati tra diversi studi.
Un altro aspetto critico è legato alla variabilità biologica. Le cellule staminali derivate dalla placenta possono presentare caratteristiche diverse a seconda di fattori come l’età materna, le condizioni della gravidanza o il momento della raccolta. Questa eterogeneità può incidere sull’efficacia e sulla riproducibilità delle terapie.
Inoltre, molte applicazioni sono ancora in fase sperimentale e basate su studi preclinici o su trial clinici di piccole dimensioni. Ciò significa che, per numerose patologie, non esistono ancora prove sufficienti per confermare sicurezza ed efficacia nel lungo periodo. In particolare, restano da chiarire alcuni aspetti legati alla capacità di integrazione delle cellule nei tessuti e alla durata degli effetti terapeutici.
Una promessa in divenire
La placenta si rivelerà una risorsa di grande valore per la medicina del futuro, non c’è dubbio. I numerosi studi in corso mostrano un potenziale concreto, che va però ancora esplorato e consolidato. Discorso diverso per la conservazione del cordone ombelicale.
Il sangue cordonale è usato per trattare e curare oltre 80 patologie, molte delle quali potenzialmente mortali. La sua conservazione è semplice e immediata: bastano un kit per la conservazione e un ago per prelevare il sangue subito dopo il clampaggio. In caso di necessità, è subito disponibile.
Ora come ora, la scelta più saggia per i futuri genitori è informarsi riguardo la conservazione del cordone ombelicale. In futuro, potrebbe rivelarsi una buona idea affiancarvi la conservazione della placenta. Fino ad allora, rivolgiti a Sorgente per scoprire tutte le possibili applicazioni delle cellule staminali cordonali, gratis e senza impegno.
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