Il legame tra una donna incinta e il feto che la abita è profondo, ricco di sfaccettature le cui conseguenze non capiamo appieno. Tra queste, c’è anche il fenomeno del microchimerismo fetale.
Durante la gravidanza, il sangue materno è abitato da piccole popolazioni di cellule fetali. Perché accade e quali sono le conseguenze per la salute di madre e figlio?
Che cos’è il microchimerismo fetale
Il generale, il termine “chimerismo” indica la presenza, in un individuo, di cellule con il DNA di un’altra persona. Ad esempio, è ciò che accade quando si ricevono le cellule staminali di un donatore: le cellule nuove sostituiscono il midollo malato, quindi le cellule ematopoietiche acquisiscono tutte il DNA del donatore; al contrario, le cellule degli altri tessuti mantengono il DNA originale.
In gravidanza si verifica un fenomeno del genere, ma molto più in piccolo: le cellule del feto, con il loro patrimonio genetico unico, attraversano la placenta e raggiungono il flusso sanguigno materno. Pur essendo una netta minoranza – da cui la definizione “micro”chimerismo – queste cellule sono abbastanza facili da individuare, tant’è che vengono usate anche per eseguire screening del DNA fetale nelle primissime settimane di gestazione.
Di solito le cellule fetali si estraggono dal sangue della madre, ma si possono trovare in molti altri tessuti. Secondo gli studi, tracce di DNA fetale si possono trovare nel midollo osseo della madre, nel suo fegato, nei polmoni, nei reni, nella tiroide, nel cuore. A detta di alcuni ricercatori, potrebbero penetrare perfino nel cervello.
Come avviene lo scambio di cellule tra madre e figlio
La placenta non è e non può essere una scatola ermetica. Piuttosto, è un organo dinamico che consente un intenso scambio di cellule e molecole tra madre e feto.
Nel corso dei nove mesi di gestazione, il feto riceve sia l’ossigeno sia i nutrienti necessari per lo sviluppo. Oltre a questi, lo raggiungono anche linfociti T e B, cellule NK e monociti, ovvero le cellule materne che costituiranno il suo sistema immunitario nei primi mesi di vita. Il percorso può avvenire anche al contrario, però.
Piccole quantità di leucociti fetali, cellule progenitrici e cellule del trofoblasto possono attraversare la barriera placentare e raggiungere i vasi sanguigni materni.
Il fenomeno aumenta progressivamente nel secondo e nel terzo trimestre, quanto meno nelle gravidanze fisiologiche. Dopo il parto, il sistema immunitario della donna elimina la maggior parte delle cellule del bambino, ma non tutte: una piccola parte sfugge al riconoscimento e si insedia in nicchie tissutali, dove riesce a sopravvivere e anche a riprodursi.
Quanto dura il microchimerismo?
Sarebbe riduttivo considerare il microchimerismo fetale un residuo neutro della gravidanza, destinato a passare nel giro di qualche tempo. Le cellule del bambino non spariscono dopo il parto, come visto. Studi di biologia riproduttiva hanno esaminato il sangue di alcune volontarie, trovandovi cellule fetali maschili a 27 anni dalla gravidanza.
In questo lasso di tempo, le cellule estranee e il sistema immunitario della donna interagiscono per anni in maniera complessa, ancora non del tutto chiara.
Uno studio dell’Università di Cambridge del 2023 analizza l’effettiva estensione del microchimerismo fetale, con esiti a dir poco straordinari.
Come detto, le cellule fetali possono accumularsi nel corpo della madre e questo avviene lungo tutte le gravidanze. Ciò consentirebbe di creare una sorta di microchioma familiare, che si espande e cambia fratello dopo fratello. Microchioma che, forse, si potrebbe trasmettere.
Così come il feto lascia una traccia permanente nel corpo della donna, infatti, avviene anche il contrario: cellule materne rimangono nel corpo del bambino. Cellule che potrebbero portare traccia delle cellule microchimeriche fetali del primogenito, se non addirittura di quelle ereditate dalle generazioni precedenti.
Tutto questo solleva molti dubbi sull’effettiva portata del fenomeno del microchimerismo fetale. Poco stupisce, quindi, che siano state individuate delle ripercussioni sulla salute materna.
Microchimerismo e salute materna
La succitata rete di scambi cellulari mette in discussione la classica distinzione immunologica tra “sé” e “non-sé. La presenza di cellule con uno o più DNA estranei, infatti, potrebbe influenzare la risposta immunitaria della madre nelle gravidanze successive e non solo.
Le cellule residue fetali potrebbero svolgere funzioni utili per la salute della madre, specialmente in chiave di riparazione tissutale. I ricercatori hanno documentato la presenza di cellule fetali in siti di lesione o infiammazione materna, molto più che in tessuti sani. Ciò significa che il microchimerismo fetale potrebbe avere un ruolo nel stimolare la produzione di vasi sanguigni nuovi, di collagene e di altre componenti necessarie per la guarigione della ferita; ma c’è di più.
Secondo alcune ipotesi evolutive, il microchimerismo fetale stimolerebbero funzioni fisiologiche materne benefiche per la prole:
- produzione di latte più ricco e abbondante;
- aumento dell’apporto di calore al neonato influenzando la tiroide e, così facendo, la temperatura corporea materna;
- risposte neurologiche alla presenza del neonato, per rafforzare il legame madre-figlio.
Se fosse così, il microchimerismo potrebbe essere una sorta di cordone ombelicale che va oltre l’utero, consentendo a madre e figlio di condividere interessi biologici anche dopo il parto. Questo solleva un’altra domanda, però: siamo sicuri che questo faccia sempre bene alla donna?
Rischi e possibili effetti negativi
Un lavoro del 2024 ha evidenziato la presenza di cellule di origine fetale in tessuti cardiaci materni danneggiati, dove possono sopravvivere e differenziarsi. Le conseguenze non sono ancora del tutto chiare: secondo alcuni, le cellule fetali potrebbero contribuire alla rigenerazione del miocardio, in caso di infezione; secondo altri, invece, le cellule in questione avrebbero un impatto negativo sui tessuti cardiaci. Questo vuol dire che il microchimerismo fa male?
Accanto agli aspetti potenzialmente protettivi, la ricerca ha messo in luce anche possibili legami tra microchimerismo fetale e alcune patologie materne, come malattie autoimmuni e tumori. Per il momento si parla di semplici correlazioni: non abbiamo prove che il microchimerismo sia la causa di effetti positivi o negativi sulla salute materna. La cosa è comunque degna di attenzione.
Uno dei filoni più studiati è il legame con le malattie autoimmuni, come sclerodermia, tiroidite autoimmune, artrite reumatoide e lupus eritematoso sistemico. In teoria, la presenza di cellule fetali geneticamente diverse nei tessuti potrebbe innescare risposte immunitarie. Risposte negative o positive, però?
In alcuni contesti, il microchimerismo potrebbe favorire la rottura della tolleranza e la comparsa di autoimmunità. D’altra parte, in altri contesti le stesse cellule potrebbero avere un effetto regolatorio o protettivo. Per il momento, abbiamo tante domande e decisamente poche risposte.
Alcuni studi hanno indagato il microchimerismo fetale nei tumori mammari, tiroidei e in altri tumori solidi, trovando cellule fetali nel microambiente tumorale. Anche qui, i risultati sono ambivalenti: in certi casi, le cellule fetali sembrano concentrarsi in aree di infiammazione e necrosi, dove potrebbero partecipare ai processi di riparazione; in altri lavori, si è ipotizzato che possano contribuire alla progressione del tumore.
Poche certezze, ma solide
A più di trent’anni dalla scoperta del microchimerismo fetale, il suo ruolo resta un campo aperto, con dati spesso contraddittori. In alcuni contesti, il microchimerismo potrebbe proteggere i tessuti materni, mentre in altri facilitarne l’alterazione.
C’è qualcosa che porta sicuramente più benefici che complicanze, però: le cellule staminali del cordone ombelicale. Poche e preziosissime, possono trattare oltre 80 malattie e sono ancora al centro di innumerevoli ricerche. Ecco perché è importante conservarle nell’unico momento in cui è possibile farlo, ovvero subito dopo il parto.
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